pettorale abbots

Abbots Way 2018 – 28/29 Aprile – UltraTrail: 125 km – 5500 D+

Abbots Way 2018Sono diversi anni ormai che mi dedico alla corsa: ho iniziato con le “tapasciate” in zona, ho fatto varie maratone in Italia e all’estero, con l’opportunità di conoscere posti nuovi, ed infine sono passata al trail (corsa in montagna con dislivelli e percorsi più o meno impegnativi).

La corsa su strada ormai l’ho abbandonata perché mi piace correre nella natura, affrontare salite impegnative e divertirmi in discesa, preferendo distanze dai 30 km in su.

Ogni anno mi piace raggiungere un obiettivo importante e quest’anno avevo il desiderio di fare la mia prima UltraTrail superando i 100 km.
In realtà la scelta della gara da affrontare è stata fatta grazie a mio marito Walter che, sebbene mi prende un po’ in giro, è il mio più grande sostenitore (oltre a sopportarmi in tutte le mie gare): è lui che mi ha detto “Quest’anno fai l’Abbots Way, non preoccuparti: ai ristori ti assisto io!”

La Abbots Way (l’antica via degli Abati) è un pezzo importante della Via Francigena: da Bobbio (Pc) a Pontremoli (Ms), un itinerario alto-medievale che i religiosi percorrevano per raggiungere Roma.
La gara attraversa l’Appennino tosco-emiliano per 125 km e con un dislivello positivo di 5500 mt.
Ogni anno il percorso viene invertito e questa‘ anno sarebbe stato da Bobbio a Pontremoli , attraversando 3 province (Piacenza, Parma e Massa) e 4 vallate (Val Trebbia, Val Nure, Val Ceno e Val Taro) in un percorso tipicamente appenninico con sentieri affascinanti.

E’ una gara ardua tra sentieri, carraie, strade battute, passando da centri abitati a zone più selvagge e quasi magiche.
Partecipare alla gara mi stuzzicava, ma ero molto titubante per via di un infortunio che mi aveva un po’ bloccata negli allenamenti. Alla fine mi sono iscritta 2 settimane prima della partenza, ma sempre con il timore di non riuscire a concluderla.

L’intero percorso lo conoscevo in quanto l’ho sempre fatto in staffetta da 4 tappe (da 30/35 km) e quindi questo un po’ mi incoraggiava, ma fare la tappa unica da 125 km sarebbe stato diverso.
Alla fine arriva il grande giorno: sabato 28 aprile, partenza ore 7 del mattino – giornata con un clima mite, scongiurando eventuali acquazzoni …soprattutto sui crinali.

Le partenze delle gare le vivo male perché sono nervosa e questa era peggio. Avevo mille pensieri: non andare a “manetta” altrimenti sprechi tutte le energie, ..e se mi vengono dolori vari? …e se cado? …e se sbaglio strada? …e se …
Ecco che si parte, cerco di non stare con quelli della staffetta perché loro partono più veloci, ma rimango con alcuni miei compagni di squadra (Casone Noceto) e scambiamo 2 chiacchiere prima di intraprendere la prima salita impegnativa dopo il passaggio sul suggestivo ponte Gobbo di Bobbio.
Mentalmente la gara va divisa in 4 tappe da 30 km (solo la penultima è di 35 km) e questo aiuta a raggiungere l’obiettivo finale.
Ogni tappa ha un monte da svalicare con salite più o meno ripide o lunghe (la terza ha la salita più lunga di 20 km).
Riesco a mantenere un passo costante, alcune volte in compagnia ma molto spesso da sola: sto bene, ho solo un piccolo dolore al tallone ma non ci faccio caso.
Senza volerlo supero anche qualcuno della staffetta che mi incoraggia, vedendo che faccio la tappa unica.
Arrivo al primo checkpoint a Farini (30° km) e qui c’è mio marito ad attendermi, preoccupato che stessi bene.
Riparto con entusiasmo sapendo che avrei dovuto raggiungere il punto più alto del percorso (il Monte Lama) prima di arrivare al secondo checkpoint.
Riesco a fare anche questo tratto con scioltezza e raggiungo in discesa Bardi al 60° km, trovo anche la compagnia di un ragazzo con il mio stesso passo.

A Bardi c’è la “base-vita” dove ci si ferma un po’ di più, si mangia qualcosa di caldo e ci si cambia. Anche qui trovo l’instancabile Walter, mio marito (più preoccupato di me) ad assistermi.
Passo lì 20 minuti circa e prima di partire Walter mi dice: “Non ti dico come sei messa in classifica… ci vediamo a Borgotaro “.
In realtà a me non interessava la classifica, ma, visto che ero quasi a metà, volevo solo concludere la gara.
Riparto, ormai non ho neanche il fastidio al tallone, so che mi aspettano 20 km di salita e quindi l’affronto corrichiando (senza strafare).
Dopo un po’ il mio compagno rimane indietro e io raggiungo la cima da sola, dopo di che tutta discesa fino a Borgo Val di Taro e mi meraviglio: è ancora giorno, ho superato i 70 km e sto bene!
Il mio GPS ormai è scarico, ma non importa: nel trail non esiste “a che passo vai”, “ che tempi fai”, ma l’importante è divertirsi e godersi la natura.

Arrivo a Borgo Val di Taro (95° km), al ristoro non riesco a mangiare più nulla (ho lo stomaco chiuso), ma bevo un po’. Qui c’è Walter e trovo anche la grande Cinzia Bertasa (campionessa italiana di ultra trail e di umanità, affezionata a questa corsa). Entrambi mi danno una mano con la torcia che non ne voleva sapere di funzionare!
Sono pronta per l’ultimo pezzo e Walter a questo punto mi incoraggia e dice: “Giulia, sei seconda, hai mezz’ora dalla terza, puoi andare con calma!”
In effetti questo è il pezzo che prendo con calma, perché ormai è buio e io non sono abituata a correre di notte. Questa tappa mi è sembrata la più lunga in quanto, nonostante la stanchezza, devi avere l’attenzione al massimo (c’era anche da affrontare un crinale esposto).
Mancavano 15 km all’arrivo ed ecco che vedo una torcia davanti a me: era Walter che mi aveva raggiunto facendo il percorso inverso.

Devo dire che, se non ci fosse stato lui in quest’ultimo tratto, mi sarei scoraggiata.
Walter è riuscito a tirarmi e sono arrivata al traguardo a Pontremoli in 20 ore e 33 minuti, seconda donna assoluta, ma soprattutto una FINISHER , come da vero spirito trail.